Quella vorace Galerucella!

Quando si dice che “l’abito non fa il monaco”; proverbio assolutamente appropriato per introdurre un altro insetto parassita delle alberature urbane che spesso mette in allarme i proprietari degli stabili. Si tratta di Galerucella (Xanthogaleruca) luteola, a tutti nota con il nome di Galerucella dell’Olmo.

È un coleottero crisomelide, di circa 7 mm di lunghezza, il cui adulto è di colore giallo ocra tendente al verdognolo, con capo giallo più piccolo del torace e con una macchia mediana sulla fronte, dalla quale si dipartono due antenne nere. Anche il protorace si presenta di colore giallo con una tacca mediana bruno-nerastra affiancata all’esterno da altre due bande nere. Sulla superficie delle gialle elitre sono presenti punteggiature in rilievo e lunghe bande nerastre (una centrale e altre due ai margini esterni) che si allungano fino all’addome. In genere la specie, almeno allo stadio di adulto, è così facilmente riconoscibile; tuttavia esiste un altro coleottero appartenente alla stessa famiglia che gli assomiglia tantissimo e con il quale spesso può essere confuso, si tratta della Diabrotica del mais (Diabrotica virgifera), la quale però presenta abitudini alimentari diverse.

Adulto di Galerucella luteola (fonte: commons.wikimedia.org) 
 
Adulto di Diabrotica virgifera (fonte: www.floraitaliae org)

Le “gentili” fattezze e il colore vivace della livrea della Galerucella dell’Olmo non farebbero assolutamente pensare alla sua reale natura di insetto particolarmente temibile per la sua spiccata voracità, pertanto bisogna diffidare dall’apparenza del suo ingannevole aspetto. Non è una specie rilevante dal punto di vista igienico-sanitario, ma non si può dire altrettanto dal punto di vista agro-forestale, per i danni che arreca alla vegetazione e, in alcuni casi, all’ambiente urbano circostante.

È un insetto fitofago le cui larve e gli adulti divorano le foglie a partire dalla pagina inferiore e risparmiando le nervature, facendole assumere così un aspetto scheletrizzato tale da provocare il loro completo disseccamento. Nei casi più gravi viene danneggiata l’intera chioma e ripetute infestazioni debilitano le piante rendendole maggiormente vulnerabili agli attacchi da parte di insetti xilofagi, principalmente scolitidi. Le larve mature sono contraddistinte dalla presenza di quattro fasce longitudinali gialle che spiccano su di un corpo di colore verde od olivastro di 9-10 mm di lunghezza e con numerose setole.

Larva di Galerucella luteola (fonte: www.meloidae.com)

Allo stato attuale è praticamente presente ovunque in Italia, dove vive esclusivamente a spese degli Olmi, principalmente delle specie Olmo campestre (Ulmus campestris), Olmo montano (Ulmus montano) e Olmo siberiano (Ulmus pumila). Abbastanza di frequente sciami di adulti invadono abitazioni ed edifici che si trovano nelle immediate vicinanze degli alberi danneggiati per trascorrervi l’inverno. E’ bene sottolineare che l’insetto non arreca alcun danno alle persone e agli animali domestici, se non quello di provocare l’insorgenza di comprensibili fenomeni di entomofobia.

La conoscenza della biologia di questo insetto infestante e il contesto urbano e/o rurale dove tale infestazione si manifesta, si rivela di fondamentale importanza in fase di individuazione e realizzazione del metodo di lotta più efficace per il suo controllo. Ed è proprio durante il periodo di svernamento della galerucella, che il disinfestatore si trova a fronteggiare eventuali segnalazioni della sua presenza all’interno di abitazioni.

Normalmente l’insetto adulto trascorre l’inverno, e i primissimi mesi della primavera, nelle anfrattuosità della corteccia del tronco, nel terreno e al di sotto delle foglie secche; generalmente agli inizi di maggio, gli stessi adulti raggiungono le foglie delle piante ospiti per nutrirsene. Dopo circa quindici giorni di intensa attività trofica hanno luogo gli accoppiamenti e quindi la deposizione delle uova, che vengono incollate verticalmente e in gruppi di 20-30 sulla pagina inferiore delle foglie. Le larve fuoriescono dopo una settimana e raggiungono la maturità in 15-20 giorni, al termine del quale traslocano nel terreno oppure nelle anfrattuosità delle corteccia, in prossimità della parte basale del tronco per trasformarsi in crisalide. Gli adulti compaiono dopo circa una settimana.

Visto la breve durata del suo ciclo biologico è facile prevedere la capacità di questo coleottero a compiere più generazioni in un anno che, in condizioni climatiche favorevoli, arrivano fino ad un massimo di tre.

Adesso che conosciamo un po’ meglio questo vorace insetto infestante, proveremo a fornire alcune informazioni sui principali metodi di lotta attualmente esistenti per il contenimento della loro popolazione che, normalmente, è tenuta sottocontrollo da numerosi antagonisti naturali con i quali si trova in un equilibrio instabile.

Il “bagaglio” di soluzioni a disposizione del disinfestatore che viene chiamato a fronteggiare questo tipo particolare di infestazione comprenderà l’impiego principalmente di insetticidi adulticidi e di prodotti larvicidi.

Prima però di ricorrere all’impiego di insetticidi, andrebbero prese alcune importanti precauzioni che da sole potrebbero in parte ridurre l’infestazione. Ad esempio è importante rimuovere periodicamente tutti i residui di vegetazione, principalmente arbusti di olmo, che rappresentano un luogo ideale allo sviluppo/svernamento dell’insetto, oppure controllare potenziali punti di ingresso del coleottero all’interno delle abitazioni o edifici, quali porte, finestre e fessure varie: questi andrebbero opportunamente sigillati e, nel caso specifico delle finestre, prevedere un’eventuale installazione di zanzariere.

Solo dopo aver applicato alcuni di questi aspetti tipici del pest proofing, si può ricorrere ai trattamenti chimici in presenza di individui adulti svernanti. Esternamente alle abitazioni si può intervenire con insetticidi piretroidi (deltametrina, permetrina, cipermetrina, ecc.), in formulazioni diverse a seconda del contesto in cui si va ad operare, avendo cura di irrorare tutti i potenziali punti di accesso. Per contrastare, invece, fenomeni invasivi all’interno delle abitazioni si ricorre in genere ad applicazioni localizzate con piretroidi in formulazione acquosa, con piretro naturale e con prodotti a base di etonfenprox, principio attivo relativamente recente nel panorama degli insetticidi per uso civile.

Nel caso di forte presenza in primavera di larve dell’insetto defogliatore, possono prevedersi trattamenti per irrorazione direttamente sulle piante di olmo con insetticidi attivi per contatto e ingestione registrati per l’impiego sul verde ornamentale, o con prodotti a base di Bacillus thuringiensis subsp. tenebrionis e di Bacillus thuringiensis subsp. kurstaki (ceppo EG 2424), o ancora con prodotti a base di chitino-inibitori (i cosiddetti regolatori di crescita) a spiccato effetto larvicida e ovocida. Anche se particolarmente costosi, non si escludono trattamenti mediante endoterapia.

Per l’applicazione di tali strategie, si renderà però necessario l’attivazione di un accurato sistema di monitoraggio con lo scopo di rilevare con una certa precisione l’inizio della fase larvale, utile all’individuazione dell’epoca più idonea per il trattamento e, nel caso, di una soglia di intervento.

Con la Galerucella dell’olmo abbiamo di nuovo “percorso” il sottile confine tra urbano e forestale, per ciò che attiene alla gestione delle infestazioni, a discapito questa volta di una imponente specie arborea, l’olmo, che per le sue apprezzate qualità estetiche ben si presta ad essere impiegata come pianta ornamentale nelle città, lungo i viali, nei parchi e nei giardini, pur rappresentando un facile bersaglio di numerosi altri insetti che dalla pianta, spesso, invadono le vicine abitazioni alla ricerca di un confortevole rifugio.

Ptinidi: insetti simili a ragni

Eccoci al nostro terzo appuntamento, questa volta per parlare di alcuni particolari insetti di aspetto molto simile ai ragni con i quali spesso vengono confusi (basta semplicemente contare le sei zampe per non sbagliarsi!): gli Ptinidi.

Anche se non molto diffusi, questi coleotteri presentano abitudini di vita per certi versi simili a quelle dei tarli (famiglia Anobiidae) e possono assumere importanza soprattutto nelle abitazioni private, vecchi alberghi, magazzini alimentari, mulini, musei. Sono fondamentalmente onnivori, nutrendosi di detriti alimentari di vario tipo (cereali, farine e semole, pasta, biscotti, cacao, camomilla, pepe, erbe essiccate per infusi, ecc.), ma non disdegnano carta, fieno, materiale in decomposizione di origine animale e vegetale. Spesso utilizzano i nidi e le tane di piccoli vertebrati, dove possono consumare i resti di piume e penne, cadaveri, escrementi di piccioni, roditori, pipistrelli. Questi infestanti tollerano molto bene le basse temperature e possono rimanere a digiuno per diverso tempo.

Morfologicamente presentano piccole dimensioni, un corpo fortemente convesso e arrotondato, elitre completamente glabre e zampe molto lunghe. Fra le oltre 20 specie che frequentano gli ambienti domestici e le industrie alimentari, ricordiamo innanzitutto Gibbium psylloides, lungo 2-5 mm e caratterizzato da una colorazione brillante rossa tendente al nero.

Gibbium psylloides (fonte: www.flickr.com)

Frequentano luoghi scarsamente illuminati e la femmina depone dalle 50 alle 100 uova incollandole sui substrati di cui si alimentano. Addirittura in Gran Bretagna colonizzano le antiche residenze storiche, ricche di legno, anche umido, dove creano danni a materiale cartaceo e tessuti preziosi (soprattutto lana). La durata del ciclo biologico, comune per gran parte delle specie, è fortemente influenzata dal tipo di substrato e dalla temperatura ambientale e dura in media dai 4 ai 6 mesi, anche se in condizioni ottimali (25 – 30 °C) l’intero ciclo biologico si svolge in circa 2 mesi. Spesso le forme giovanili di questo insetto si impupano all’interno di una celletta sferica scavata nei cartoni, sacchi o legno (es. travi).

Molto simile sia dal punto di vista biologico che morfologico è la specie Mezium affine che, a differenza della precedente, si riconosce per una sorta di stretto collare di peli dorati.

Mezium affine (fonte: www.pbase.com)

Il genere Ptinus ha un corpo più allungato e possiede ali funzionali, a differenza degli altri che sono atteri. Fra le specie più pericolosa per le derrate, Ptinus tectus è in grado di attaccare sostanze vegetali secche come cereali, farine, spezie. Nell’arco di 3-4 settimane una femmina depone parecchie decine di uova, che aderiscono facilmente al substrato, ricoprendosi poi di detriti: in 90-120 giorni viene raggiunto lo stadio adulto. Le larve possono danneggiare e perforare varie tipologie di imballaggi per i prodotti alimentari.

Ptinus tectus (fonte: www.flickr.com)

Niptus hololeucus è un altro piccolo ptinide inconfondibile, di color bruno dorato, e ricoperto da numerose lunghe setole filiformi giallastre. Non è raro trovarlo nei favi abbandonati di api e vespe, e generalmente la sua presenza non è significativa, anche se in alcuni casi può danneggiare le fibre naturali come lana, lino, seta. I tessuti sono più a rischio se macchiati in qualche modo di grasso. Attacca diversi tipi di alimenti vegetali come spezie e prodotti per tisane e/o infusi. Gli adulti di queste specie, in ambienti caratterizzati da temperature ottimali intorno ai 25°C, sono longevi e arrivano a vivere fino ad un anno e mezzo. Possiedono abitudini prevalentemente notturne, possono svernare in tutti gli stadi, e grazie alla loro gregarietà, si possono rinvenire numerosi nei substrati che colonizzano o all’interno di crepe e fessure.

Niptus hololeucus (fonte: denbourge.free.fr)

Seppur considerati come infestanti secondari, questi insetti vanno gestiti alla stessa stregua degli altri parassiti delle derrate alimentari. I danni provocati a seguito dell’attività trofica degli adulti e delle larve sono comunque da considerarsi significativi sia per il deterioramento delle sostanze infestate sia per il deprezzamento del loro valore commerciale anche solo per la presenza di uno solo degli individui per alimento e/o confezione. Pertanto la predisposizione di un corretto ed efficace piano di controllo e monitoraggio all’interno degli stabilimenti produttivi è una pratica essenziale. Gli ptinidi sono difficili da individuare in un ambiente, poiché evitano la luce, nascondendosi all’interno di profonde fessure e cavità: i seminterrati bui e i sottotetti non illuminati sono perciò ambienti ideali. Le trappole collanti vengono usate dal disinfestatore per circoscrivere e monitorare le popolazioni. Tuttavia anche semplici cartoncini ripiegati sono molto efficaci per catturare questi coleotteri, i quali li utilizzano come “rifugi artificiali”. Al momento non sono disponibili “feromoni” commerciali, ma alcuni attrattivi alimentari possono migliorare le catture.

Il controllo di questi insetti comincia con la pulizia e la rimozione di tutti i substrati alimentari che hanno determinato l’infestazione, comprese le vecchie esche rodenticide dimenticate in qualche angolo o soffitta. I trattamenti insetticidi residuali applicati su pavimenti, travi di legno e muri fino ad un’altezza di circa 1,5 m sono generalmente efficaci in quanto questi piccoli artropodi amano spostarsi e vagabondare su queste superfici.

La lotta diventa però particolarmente complessa in magazzini di stoccaggio alimentari e nelle vecchie abitazioni ricche di suppellettili e materiale ligneo. Infatti se l’infestazione è ampiamente distribuita nell’ambiente, i trattamenti puntiformi e mirati servono a ben poco. È necessario allora un approccio “estensivo” e generalizzato poiché non è facile sapere quale area o “volume vuoto” ospita questi coleotteri. In questi casi possono risultare utili anche regolari applicazioni di piretrine sinergizzate effettuate di notte, quando gli insetti sono attivi e più vulnerabili.

Non è esclusa per alcune derrate alimentari la fumigazione con prodotti regolarmente registrati a base di fosfina.

Rubrica di Roberto N.2: Le urticanti Processionarie

A quanti di voi sarà capitato di rimanere “meravigliati” nell’osservare, seduti su di una panchina di un parco cittadino, il singolare passaggio di una schiera di larve pelose camminare in fila indiana, una dietro l’altra, ed allontanarsi indisturbate? È sicuramente una scena da lasciare stupefatti, e nel contempo incuriositi, gli inconsapevoli osservatori ma quello che potrebbe sembrare un innocuo incontro, in realtà dovrebbe essere motivo di grande preoccupazione perché vuol dire che ci si è imbattuti in un insetto di particolare rilevanza sanitaria: la Processionaria, la cui presenza va assolutamente segnalata alle autorità competenti!

Si tratta di lepidotteri le cui larve, negli stati più avanzati, sono dotate di ciuffetti di peli urticanti che utilizzano come meccanismo di difesa quando si sentono minacciate, le quali a contatto con la pelle umana provocano la comparsa di fastidiosi eritemi papulosi accompagnati da rossore, bruciore, forte prurito che può durare anche diversi giorni. Quando invece i peli, o loro frammenti, vengono a contatto con le mucose degli occhi, del naso o della bocca possono causare congiuntiviti e addirittura gravi lesioni. Il loro ingresso nelle vie respiratorie invece può causare stati di asma. In caso di ingestione da parte di animali, come i cani, l’apparato boccale può addirittura andare in necrosi.

In Italia sono essenzialmente due le specie che destano particolare preoccupazione; una è la Processionaria del pino (Thaumetopoea pityocampa) che attacca tutte le specie di pino, con una certa preferenza per il pino nero (Pinus nigra) e il pino silvestre (Pinus sylvestris), e l’altra è la Processionaria delle querce (Thaumetopoea processionea).

Processionaria del pino (fonte www.vicenzareport.it)

Processionaria della quercia(fonte www.aenigmatica.it)

Proviamo ora a “zummare” il più possibile su di loro per rilevarne alcune interessanti caratteristiche!

Le larve (o bruchi) di questi insetti sono delle voracissime defogliatrici, capaci con la loro attività alimentare di scheletrizzare l’intera chioma e influenzare negativamente il regolare accrescimento degli alberi. Con i propri fili sericei, le Processionarie dei pini costruiscono nidi disposti sulle parti più soleggiate e alte della zona periferica della chioma; mentre le Processionarie della quercia li costruiscono attaccati al tronco e ai rami più grossi.

Le differenze morfologiche tra le due larve sono molto evidenti. Quelle di Thaumetopoea pityocampa sono di colore grigio ardesia nella regione dorsale, giallastra ai lati del ventre, portanti ciuffi di peli. Fanno la loro comparsa verso la metà di agosto e dopo l’alternarsi di cinque successivi stadi larvali, e dopo avere trascorso l’inverno in grossi nidi, raggiungono il terreno verso la fine di marzo e gli inizi di maggio, per interrarsi e chiudersi all’interno di un bozzolo, crisalide, in attesa di fuoriuscire poi da adulti nel corso dell’estate. Le larve di Thaumetopoea processionea, invece, si presentano di colore grigio-bluastro al dorso, chiara ai lati e ventralmente, provvisti di peli urticanti affiancati da tubercoli forniti di lunghe setole grigiastre. La loro comparsa ha luogo agli inizi della primavera e dopo la successione di sei stati larvali, verso gli inizi di luglio si incrisalidano all’interno del nido oppure alla base della pianta infestata per fuoriuscire da adulti dopo circa un mese.

A questo punto della trattazione sarebbe lecito domandarsi: “perché allora vengono chiamate processionarie?”

La risposta è semplice e in realtà è stata già fornita durante le prime battute di questo articolo. In pratica è proprio il loro singolare comportamento di compiere delle vere e proprie “processioni” durante gli spostamenti dei bruchi, che ne caratterizza il nome. Vi sembrerà strano, ma per ciascuna delle due specie la marcia assume una formazione differente; nello specifico, in quella della Processionaria della quercia vi è un bruco capofila, seguito da una seconda fila di bruchi disposti a coppia, che a loro volta sono seguiti da una formazione di tre bruchi e ancora più indietro una formazione ordinata per quattro e così via per tornare poi ad assottigliarsi man mano fino ad un solo individuo. Ben diversa è invece la marcia della Processionaria del pino, le cui larve si dispongono una dietro l’altra, in modo che il capo dell’una venga a contatto con l’addome di quella che la precede. Non sono da escludersi casi in cui dallo stesso nido partono una o più “processioni” che percorrono direzioni diverse.

A volte il disinfestatore è chiamato ad intervenire per fronteggiare proprio questo grave tipo di infestazione, per la quale è attualmente in vigore un decreto di lotta obbligatoria (D.M. 30.10.2007) che prevede l’adozione, nei confronti delle larve del lepidottero, di provvedimenti di tipo meccanico, chimico e microbiologico. I primi, da effettuarsi con le dovute precauzioni soprattutto nei confronti di processionaria del pino, si basano sull’asportazione e successiva bruciatura dei nidi invernali, quando questi contengono ancora le larve mature. Analogamente anche per la Processionaria della quercia si può procedere all’asportazione del nido ma questa è un’operazione più complessa con risultati discutibili. Riguardo al trattamento chimico, si possono impiegare prodotti a base di Diflubenzuron o di Spinosad, in occasione della nascita delle larve. Ultimo, ma non per ordine di importanza, è il provvedimento di tipo microbiologico basato sull’utilizzo di formulazioni a base di batteri della specie Bacillus thurigiensis var. kurstaki e aizawai, da impiegare nei confronti delle giovani larve. Tali trattamenti dovranno essere effettuati preferibilmente durante le ore serali per preservare l’effetto insetticida del preparato, notoriamente ostacolato dai raggi solari.

Thaumetopoea_pityocampa_nest Nido di Processionaria del pino (fonte Wikipedia)

Nido di Processionaria della quercia (fonte Wikipedia)

Aspetto molto importante è il monitoraggio a feromoni sessuali che permette di individuare il momento di sfarfallamento degli adulti.

In definitiva, quello della Processionaria, è un classico esempio di specie infestante che ha duplice rilevanza sia da un punto di vista sanitario, in quanto rappresenta un potenziale pericolo per la pubblica e privata incolumità, che fitosanitario per i danni a volte ingenti che provoca ai popolamenti forestali. Come tale andrebbe gestita in maniera mirata e con grande professionalità a seconda del contesto in cui tale infestazione insiste e adottando tutte le misure necessarie che si richiedono.

Rubrica di Roberto N.1: Tingide, un flagello per i platani

Roberto Vatore è laureato in Scienze e Tecnologie Agrarie e anche in Scienze Forestali e Ambientali.

Inoltre è iscritto all’Ordine dei Dottori Agronomi e Dottori Forestali.

La sua passione per la zoologia, la botanica e la natura, lo ha portato ad approfondire questi temi e a voler mettere in pratica quotidianamente le sue conoscenze anche in ambito civile.

Ecco perché è entrato a far parte della squadra Colkim come Responsabile Tecnico per la Campania.

Roberto è la persona più indicata per focalizzarsi su particolari insetti che invadono talvolta le abitazioni ma che infestano le piante ornamentali.

Questo il suo primo articolo:

Passeggiando lungo i viali di maestosi platani in una giornata di estate, spesso ci si imbatte in un piccolo e fastidioso insetto dalle strane fattezze che dalle chiome degli alberi giunge fin sulla nostra pelle dove avvertiamo un piccolo e quasi impercettibile pizzicorino. Si tratta del Tingide del Platano (Corythuca ciliata), insetto emittero della famiglia tingidae, facilmente riconoscibile per la presenza di un protorace dotato di due espansioni fogliacee reniformi bianche, che ricoprono il sottostante corpo nero lucente, e di un cappuccio sul capo che le conferiscono, nell’insieme, un aspetto del tutto curioso.

È una specie di origine americane che ha fatto il suo ingresso in Italia intorno alla metà degli anni ’60 e che vive sui platani, principalmente Platano occidentale (Platanus occidentalis) e Platano comune (Platanus ocerifolia), ma non disdegna altre specie di latifoglie quali Gelso da carta (Broussonetia papyrifera), Noce nero (Juglans nigra) e specie del genere Chamaedaphne sp., Fraxinus sp. (Frassino) e Tilia sp. (Tiglio).

Adulto di Corythucha ciliata (Fonte foto: bugguide.net)

Conosciamolo ora più da vicino!

Il Tingide compie fino a tre generazioni all’anno. Gli adulti trascorrono l’inverno al riparo della corteccia dei fusti e dei grossi rami degli alberi oppure delle fessure degli infissi e tapparelle delle abitazioni circostanti. Verso la fine di aprile e inizi di maggio, in occasione della ripresa vegetativa dei platani, gli adulti fuoriescono dai ripari invernali per dare inizio agli accoppiamenti. Dopo una decina di giorni, le femmine depongono circa un centinaio di uova all’interno dei tessuti della pagina inferiore delle foglie. Al termine di uno sviluppo embrionale che dura in media 30 giorni, e quindi intorno alla metà di maggio, nascono le prime neanidi che si sviluppano molto rapidamente attraverso un’intensa attività di suzione di contenuti cellulari dalle foglie. I nuovi adulti compaiono alla fine di giugno e tutto il ciclo così si ripete fino al compimento di altre due successive generazioni.

La presenza dell’emittero per i platani rappresenta un vero e proprio flagello. Le punture di nutrizione degli adulti e delle forme giovanili provocano la comparsa di punteggiature clorotiche in prossimità delle nervature delle foglie che poi si estendono con il tempo fino ad interessare l’intero lembo, causando ingiallimento totale della foglia e successivo disseccamento. Oltre al danno estetico, le foglie colpite perdono tutto o in parte la loro regolare attività fotosintetica, fin dall’inizio del periodo estivo.

In ambienti urbani (lungo i viali, nei parchi, ecc.), dove spesso i platani “regnano”, elevate infestazioni dell’insetto parassita creano non pochi disagi alle persone a causa della loro introduzione all’interno delle abitazioni, soprattutto nei mesi di settembre e ottobre quando sono alla ricerca dei siti idonei allo svernamento. A questi vanno altresì considerate possibili cadute di goccioline escrementizie dall’aspetto bituminoso, dalle pagine inferiori delle foglie di platano infette, che imbrattano le autovetture nei parcheggi.

Il contenimento delle infestazioni presenta non poche difficoltà sia per le elevate dimensioni degli esemplari arborei sia perché questi si trovano nell’ambiente urbano. Un eventuale intervento da effettuarsi sulla vegetazione, preferibilmente di individui ancora giovani o comunque dalla chioma accessibile, può essere realizzato in primavera contro le neanidi della prima generazione mediante l’utilizzo di prodotti insetticidi caratterizzati da ridotta tossicità, come quelli a base di deltametrina, piretrine naturali, etofenprox. In alcuni contesti, fortemente antropizzati, si sono ottenuti buoni risultati con la tecnica della lotta endoterapica che prevede iniezioni controllate al tronco delle piante di apposite formulazioni a base di imidacloprid o abamectina. Nell’applicazione di tale tecnica va però eventualmente considerato il rischio di creare, con i fori, potenziali vie preferenziali di ingresso per vari patogeni, soprattutto nel caso di ritardata e nulla cicatrizzazione, come ad esempio il cancro colorato del platano ad opera del fungo Ceratocystis fimbriata f.sp. platani.

Il controllo naturale del tingide è carente per la mancanza di fattori di limitazione efficaci. In ogni caso si annoverano principalmente due specie antagoniste: Orius laticollis e Beauveria bassiana. La prima è un insetto emittero antocoride (famiglia di piccoli insetti), la cui attività predatoria è alquanto limitata; mentre la seconda è un fungo endofita (che vive dentro un altro organismo) ed entomopatogeno (che vive a spese degli insetti) attivo soprattutto sulla popolazione svernante. Nello specifico, il fungo emette delle spore che, una volta a contatto con la cuticola dell’insetto e con adeguate condizioni termoigrometriche (che si riferiscono alle condizioni di temperatura e di umidità dell’aria), germinano e penetrano nel corpo dell’insetto target, a mezzo di sottili ife (filamenti uni- o pluricellulari del micelio di un fungo) destinate ad espandersi e moltiplicarsi al suo interno; qui il fungo parassita inizia la produzione di tossine che nel giro di 3-5 giorni porta la vittima alla morte.

Una specie molto simile alla Corythucha ciliata, nella morfologia e nella biologia, ma legata esclusivamente alle querce, è la Corythucha arcuata, meglio nota come Tingide della Quercia; ma rimanderemo la sua conoscenza ai prossimi articoli.