Rubrica di Roberto N.7: Un “viaggio” tra i tessuti – Prima parte

Vi è mai capitato di rimanere particolarmente dispiaciuti nell’osservare la presenza di alcuni buchi sul vostro maglione preferito, magari acquistato da non molto tempo? Personalmente non mi è mai capitato, ma riesco assolutamente ad immaginare quale possa essere l’esclamazione di disappunto, che verrebbe automaticamente fuori dalla bocca di chi purtroppo si è trovato a vivere questa sfortunata e incresciosa esperienza, accompagnata da un lecito interrogativo: “ma dove mi sarò impigliato? Non riesco proprio a ricordare!…”

Ebbene, a volte non è necessario “spremersi così tanto le meningi”, quando la risposta potrebbe essere proprio accanto a noi, nel nostro guardaroba e non solo…

Tra gli insetti presenti negli ambienti urbani, esiste un’altra categoria di specie in grado di attaccare particolari tipi di substrati come tessuti di origine animale e vegetale grazie ad una loro peculiare capacità di digerire la cheratina, una proteina filamentosa ricca di zolfo, componente base di alcuni substrati quali pelli, lana, pellicce, feltri e tanti altri. Questa scleroproteina è però priva di vitamina B, componente essenziale per lo sviluppo post-embrionale di questi insetti che saranno così inevitabilmente costretti ad integrare la loro dieta con altre sostanze quali: albume di uova essiccato, farine di pesce e di carne, lievito liofilizzato, germi di cereali che contengono oltre ad un’importante componente proteica, anche le indispensabili vitamine del gruppo B.

Grazie al particolare comportamento alimentare delle loro larve è possibile rinvenirli con una certa frequenza all’interno di abitazioni, di depositi e stabilimenti di lavorazione dei tessuti di vario genere, e non di rado anche all’interno di nidi di uccelli e di micromammiferi, principalmente roditori, per nutrirsi di piume e pellame, non disdegnando però gli escrementi che contengono alcuni di questi frammenti.

Le specie più diffuse appartengono all’ordine dei lepidotteri e dei coleotteri. Nella prima parte di questa breve trattazione parleremo di due principali specie di lepidotteri appartenenti entrambi alla famiglia Tineidae, che noi tutti conosciamo semplicemente con il nome di “tarme” ovvero piccole farfalline, dalle ali strette e lunghe provviste di frange molto sviluppate, che prediligono come alimento tessuti di lana, seta e cotone. Il loro inconfondibile breve volo, abbastanza insolito per un lepidottero, sembra non venga influenzato dalla presenza di una sorgente di luce. Ben diverso è invece l’elevato potere attrattivo degli indumenti riposti non puliti, magari intrisi di sudore o dotati di particolari odori, o addirittura insudiciati da farina o da altre tracce di ingredienti alimentari.

Entriamo ora più nel dettaglio per conoscere più da vicino alcune caratteristiche specie-specifiche delle due Tarme, Tinea pellionella e Tineola bisselliella.

La prima, nota con il nome di Tarma dei panni, della lana e delle pellicce, è una specie diffusa in gran parte del mondo, i cui adulti fanno la loro comparsa nei mesi più caldi dell’anno a meno che non frequentino l’interno di edifici riscaldati dove le condizioni microclimatiche favorevoli garantiscono il perdurare della loro presenza per tutto l’anno.

La distinzione tra le diverse specie non è così immediata, infatti da una semplice osservazione macroscopica sembrerebbero tutte molto simili tra loro, ma se invece focalizziamo la nostra attenzione su alcuni dettagli, magari con l’ausilio di una comune lente di ingrandimento, sarà possibile individuare alcune sostanziali differenze. Nel caso specifico, gli adulti di Tinea pellionella presentano ali anteriori grigiastre con tre piccole macchie scure, mentre quelle posteriori sono più chiare e strette e munite di lunghe frange.

Adulto di Tinea pellionella (fonte: britishlepidoptera.weebly.com)

L’apertura alare di 9 – 12 mm consente loro di effettuare brevi voli per giungere su substrati di tessuto dove le femmine depongono in media una cinquantina di uova.

Dalla loro schiusa fuoriescono le larve che da subito mostrano spiccata attività trofica nei confronti del substrato che le ha accolte, nutrendosi di detriti di fibre che utilizzano tra l’altro per costruire, con le proprie bave sericee, piccoli astucci tubulari entro il quale rifugiarsi. Durante il periodo di sviluppo larvale di 2-3 mesi, con l’aumento delle loro dimensioni corporee, le larve accrescono man mano anche i loro rifugi che trascinano con se nelle peregrinazioni tra le maglie dei tessuti. Al raggiungimento della piena maturità, le larve fissano gli astucci protettivi, che nel frattempo avranno raggiunto una lunghezza di circa 1 cm, alle pareti o al soffitto. Lì dentro vi trascorreranno la fase di incrisalidamento che terminerà con la fuoriuscita dell’adulto.

Particolare dell’astuccio tubulare protettivo della larva di Tinea pellionella (fonte: lepidoptera.butterflyhouse.com.au)

Nelle normali condizioni ambientali, con disponibilità di cibo, la specie può compiere dalle due alle tre generazioni nel corso dell’anno. Quando invece le condizioni ambientali risultano essere sofisticate, come può essere l’interno di un edificio, regolarmente riscaldato nei mesi invernali e con un buon tasso di umidità relativa e disponibilità costante di alimento, il numero di generazioni tende inevitabilmente ad aumentare.

In modo analogo si comporta la Tineola bisselliella, conosciuta molto semplicemente con il nome di Tignola o Tarma dei panni, caratterizzata invece da una polifagia decisamente più ampia rispetto alla precedente specie, basti considerare che oltre alla lana e alle pellicce è in grado di danneggiare indumenti, spazzole, pennelli, crini, cuscini e materassi di lana, nonché svilupparsi su alcuni substrati alimentari quali: semi, farine, pane secco, salumi in stagionatura e tanti altri.

Le larve di 7-9 mm di lunghezza si presentano di colore giallastro con capo e protorace bruno-nerastro. A differenza della Tinea pellionella, le larve della tignola non costruiscono dei veri e propri astucci protettivi, bensì dei leggeri tubi sericei di colore bianco che assolvono esclusivamente alla funzione di contenimento dello stadio di crisalide. Il tipo di substrato alimentare, unitamente alla temperatura e all’umidità relativa dell’ambiente in cui tale insetto si sviluppa, condizionano la durata del loro sviluppo larvale. In condizioni ottimali, e quindi con temperature che si aggirano intorno ai 25-28°C e con elevati tassi di umidità relativa, tale ciclo si conclude in 2-3 mesi.

Gli adulti fanno la loro comparsa in maggio-giugno; essi presentano entrambe le ali frangiate con un’apertura alare di circa 10 – 16 mm; quelle anteriori sono di colore ocra, mentre quelle posteriori grigiastre. A seguito delle fecondazioni, le femmine depongono un centinaio di uova sui substrati che diventeranno poi alimento per le larve.

Adulto di Tineola bisselliella (fonte: de.wikipedia.org)

Nelle seconda parte di questo articolo ci soffermeremo invece a parlare di alcune specie di coleotteri dei tessuti, fornendo altresì le principali misure di prevenzione e controllo di tale tipologia di infestazione.

 

 

Rubrica di Roberto N.6: Le blatte…naturalmente!

Quante volte nella nostra quotidianità sentiamo spesso parlare di “ecosistema”? Termine che solo al sentirlo pronunciare suscita in noi un certo fascino, ignari però dell’enorme complessità che si cela dietro il suo significato, difficilmente comprensibile a tutti noi che ne facciamo parte.

Al solo udirlo, la prima cosa che ci viene subito in mente è di associarlo alla natura, come di quell’ecosistema, per l’appunto naturale, che si forma senza l’intervento dell’uomo e che riesce a raggiungere il suo equilibrio ecologico in completa autonomia; ma non è l’unico!

L’uomo con la sua presenza e il suo operato ha creato un altro ecosistema, quello artificiale. La città ne è un esempio lampante, creata dall’uomo e in continua trasformazione per le innumerevoli variabili che di volta in volta intervengono, rendendo il contesto urbano molto ricercato da diversi organismi.

L’uomo ha costruito nel corso degli anni ambienti di vita in base esclusivamente alle sue esigenze, e continua a farlo, non considerando però che accanto alla popolazione umana esiste un’altra popolazione, quella animale composta da specie domestiche, che hanno accompagnato da sempre l’uomo nel suo cammino evolutivo, e da specie sinantropiche che frequentano abitualmente gli ambienti da lui creati.

Questo connubio genetico è alla base della creazione di situazioni di sovraffollamento che “viaggiano” parallelamente con il processo di urbanizzazione e che inducono queste popolazioni ad adattarsi necessariamente a questi nuovi spazi e a modificare drasticamente il loro comportamento alimentare e riproduttivo.

Il titolo di questo sesto articolo della rubrica potrebbe sembrare a primo impatto inappropriato se si considera che il filone fino adesso perseguito ha riguardato principalmente la descrizione di alcune specie di insetti infestanti del verde ornamentale, che pur non essendo tipicamente urbane sono comunque abituali frequentatori di tali ambienti in alcuni periodi dell’anno. Vi sembrerà altrettanto strano il concetto adoperato per introdurre un’altra categoria di insetti che per fama sono considerati una delle specie sinantropiche per eccellenza: mi riferisco naturalmente alle blatte!

A questo punto, come direbbe un vecchio giornalista, la domanda nasce spontanea: che c’entrano allora le blatte con le piante?

Ebbene, va considerato che accanto alle specie cosiddette sinantropiche, che conosciamo molto bene per il tanto temuto elevato potenziale di rischio igienico-sanitario (Blatta orientalis, Periplaneta americana, Blattella germanica, Supella longipalpa, Polyphaga aegyptiaca, quest’ultima presente nelle regioni meridionali), esistono alcune specie delle quali si conosce poco o nulla che frequentano invece gli ambienti prevalentemente naturali, trovandosi spesso a ridosso del confine con il contesto urbano. Questa inevitabile vicinanza le porta a frequentare occasionalmente le città e le aree rurali, portandole ad essere confuse con quelle nostrane, diventando così facile bersaglio per il disinfestatore che è chiamato ad intervenire.

Prima però di fornire una breve descrizione di alcune di loro, è importante non dimenticare mai che le specie di blatte “urbane” e non, indipendentemente dalla famiglia di appartenenza, provengono tutte dagli ambienti naturali, con la sola differenza che alcune di loro hanno seguito un profilo evolutivo diverso che le ha portate ad adattarsi perfettamente alle città e a colonizzarle, mentre la restante parte è rimasta stanziale nel suo habitat originario. Di quest’ultime annoveriamo la specie Loboptera decipiens e il genere Ectobius spp. (Ectobius vittiventris, Ectobius pallidus, Ectobius lapponicus, ecc.).

La Loboptera decipiens è una blatta appartenente alla famiglia Blattellidae, estremamente prolifica, di piccole dimensioni (raramente supera i 10 mm di lunghezza) e sprovvista di ali in entrambi i sessi. Presenta una livrea lucida con il corpo interamente orlato di giallo. Vive generalmente nascosta sotto i sassi, le foglie in stato di decomposizione, le cortecce degli alberi, e comunque in quegli ambienti naturali caratterizzati da un microclima caldo e umido.

Adulto di Loboptera decipiens (fonte: www.naturamediterraneo.com)

 

Le specie del genere Ectobius, presenti nella maggior parte dell’Europa, in Africa e in Asia, raggiungono invece dimensioni tra i 6 e 12 mm circa di lunghezza (le femmine sono più grandi dei maschi), con corpo di colore prevalentemente marrone o giallastro con margine più chiaro. Sotto certi aspetti assomigliano molto alla Blattella germanica, inequivocabilmente distinguibile per la presenza di due strisce longitudinali nere sul pronoto. Le femmine sono dotate di ali corte, a differenza dei maschi che invece presentano ali più lunghe che ricoprono l’intero addome. Le ooteche una volta prodotte vengono disperse nell’ambiente. Tutte le specie appartenenti alla famiglia Ectobiidae, sono fitofaghe e detritivore e pertanto è possibile rinvenirle sulla vegetazione, in particolar modo sulle foglie secche, erbe e cespugli.

 

Adulto di Ectobius vittiventris (fonte: www.insettieanimali.altervista.org)

 

Adulto di Ectobius lapponicus (fonte: bugguide.net)

 

L’attività riproduttiva di questa categoria di blatte è in stretta relazione con l’andamento climatico delle stagioni, con picchi di attività nei periodi primaverili-estivi, a differenza dei loro parenti “urbanizzati” che vivendo invece in ambienti chiusi dove le condizioni microclimatiche artificiali al loro interno vengono mantenute pressoché costanti non risentono affatto dell’incidenza della rotazione stagionale e di conseguenza il loro tasso riproduttivo rimane più o meno invariato con piccole eccezione nei periodi particolarmente freddi.

La presenza assolutamente occasionale di queste specie di blatte “non urbane” non dovrebbe in alcun modo allarmare gli abitanti delle case né tanto meno scomodare il disinfestatore che ha ricevuto la segnalazione. D’altro canto, è plausibile che il privato, non essendo del settore, non riesca facilmente a distinguere se ci si trova di fronte a blatte nostrane o a quelle provenienti dalla vegetazione esterna circostante. Ciò che invece il disinfestatore dovrà essere in grado di fare, e con estrema professionalità, è di distinguere tra le due diverse tipologie di blatte e nel caso tranquillizzare il suo cliente dell’assenza di rischio igienico-sanitario.

Abbastanza di frequente capita di intervenire ugualmente nei confronti di questi insetti mediante l’utilizzo di prodotti insetticidi o esche in gel, con la convinzione di poterli controllare. Ma la realtà è completamente diversa; queste occasionali blatte non si lasciano assolutamente attrarre dagli ingredienti alimentari utilizzati come attrattivi all’interno delle esche in gel, né tantomeno sortiscono l’effetto desiderato nei confronti dell’intera popolazione pseudo-infestante a causa della loro ridotta socialità. Pertanto, parlare di un vero e proprio controllo in fin dei conti è una gran forzatura!

Questo è uno dei casi, a mio modesto parere, in cui tentare di preservare una o più specie di per sé innocue semplicemente allontanandole invece che ucciderle, non è poi una cosa del tutto impossibile da attuare. Se provassimo solo per un attimo a tenere in considerazione un particolare aspetto del loro comportamento, e cioè quello di non contaminare con le proprie feci e sostanze sgradevoli i substrati alimentari che incontrano durante il loro “cammino” (come per esempio nel gen. Ectobius), cosa che invece le blatte sinantropiche effettuano regolarmente rendendo immangiabili gli alimenti e innalzando il potenziale rischio igienico-sanitario, sarebbe plausibile vederle un po’ meno ripugnanti ai nostri occhi?

L’uomo ha un’innata capacità di discernere ciò che è buono da ciò che non lo è ma, purtroppo, in alcune situazioni dove la paura e il disgusto prendono il sopravvento, la lucidità rende appannata questa nostra peculiarità che ci porta inevitabilmente a fare di “tutta l’erba un fascio” come nel caso di queste particolari specie che rimangono comunque delle blatte…naturalmente!

 

Rubrica di Roberto N.5: Cimice: un nome che terrorizza

Molto spesso sentiamo parlare in maniera anche allarmante di cimici e della loro inquietante presenza in ambienti domestici e non solo. Frequenti segnalazioni di questo tipo tengono impegnati, per gran parte delle loro ore lavorative, i disinfestatori che con sapiente pazienza e professionalità si trovano a fronteggiare situazioni a volte anche molto complesse.

Se proviamo solo per un attimo ad immaginarci profani dell’argomento, all’udire il suono derivante dalla pronuncia del termine “cimice” potremmo essere percorsi da un leggero brivido di disgusto per la quasi inevitabile associazione “insetto-spia”, come di un qualcosa che si insinua in segreto nella nostra intimità contaminandola.

L’idea di attribuire un titolo così eccessivamente forte per identificare un gruppo di insetti parassiti appartenenti al numeroso Ordine degli Emitteri (o Rincoti) è nata a seguito della lettura di un articolo che racconta di uno spettacolare incidente avvenuto nella periferia di Novara, dove una donna era al volante della sua auto, quando ad un tratto una cimice fa il suo ingresso all’interno dell’autovettura procurando uno choc alla cinquantenne, facendole perdere il controllo. La vettura è finita contro un’altra auto parcheggiata a bordo strada e si è ribaltata. Fortunatamente la donna ne è uscita completamente illesa, ma porterà per sempre nella mente il ricordo della visione fatalistica dell’insetto e della sua conseguenza.

Al di là della loro cattiva reputazione, vengono chiamati comunemente cimici quegli insetti emitteri che appartengono al Sottordine degli Eterotteri. L’utilizzo di tale terminologia, in realtà, sarebbe poco appropriata se consideriamo che le vere e proprie cimici sono quelle appartenenti alla famiglia Cimicidae, come le ben note ed ematofaghe Cimici dei letti (Cimex lectularis), riconoscibili per le loro minute dimensioni e per la forma del corpo appiattito dal profilo tendenzialmente ovale ed oblungo. Accanto a queste, per estensione, vengono chiamate cimici anche molte delle specie fitofaghe che possiedono invece un rapporto trofico a spese di vegetali come ad esempio, e solo per citarne alcune, la Cimice del pomodoro (Nezara viridula), insetto dotato di elevata polifagia diffuso in tutto il territorio nazionale che provoca danni maggiori alle coltivazioni ortive, la Cimice verde (Palomena prasina), simile alla precedente ma che predilige come ospiti principali le piante di melo e pero situate in prossimità di zone boschive, la temuta Cimice asiatica (Halyomorpha halys), specie aliena che ha fatto la sua comparsa in Italia nel 2012 dove ha iniziato a diffondersi sul tutto il territorio nazionale affacciandosi alla ribalta delle nostre coltivazioni erbacee ed arboree, e tante altre…

Per comodità di trattazione e per rispettare il filone di questa nostra rubrica sui principali parassiti del verde ornamentale che occasionalmente invadono gli ambienti urbani, focalizzeremo ora la nostra attenzione su di un’unica specie, la Cimice dell’olmo (Arocatus melanocephalus).

Si tratta di un insetto ligeide legato principalmente alla presenza dell’olmo (Ulmus spp.), i cui adulti all’inizio della primavera depongono le uova all’interno dei fiori. Dalla loro schiusa, le neanidi si sviluppano e si alimentano a danno dei frutti, che nel caso specifico prendono il nome di samare. I primi adulti compaiono verso la fine di maggio e la loro principale “missione” è quella di ricercare immediatamente un rifugio dove ripararsi dal caldo estivo e soprattutto dove trascorrervi il restante periodo autunnale ed invernale. Questi insetti creano sulle piante ospiti danni trascurabili, mentre molto fastidiosa è invece la loro tendenza a frequentare ambienti tipicamente antropizzati, situati in prossimità delle piante di olmo,  alla ricerca di riparo. Infatti, oltre la parte sottostante della corteccia distaccata dalle piante, gli anfratti dei muri, i nidi di ragno abbandonati, gli adulti svernanti trovano riparo molto spesso nelle fessure delle imposte delle abitazioni attraverso le quali si introducono anche all’interno dei locali, andando ad occupare posti più impensati come: intercapedini dei muri, serramenti, mobili, biancheria stesa ad asciugare, ecc. La vista di questo inopportuno ospite associata alla ben nota e comune capacità delle cimici di emettere, da apposite ghiandole, una sostanza dall’odore sgradevole allo scopo di allontanare il potenziale pericolo crea nella maggior parte dei casi preoccupazione da parte degli abitanti delle zone infestate.

Cerchiamo ora di capire, tramite una brevissima descrizione morfologica, perché questo insetto è così tanto ripugnante nell’aspetto agli occhi di chi lo incontra.

Gli adulti di questa specie sono lunghi circa 6-7 mm e riconoscibili per la presenza del pronoto (porzione intermedia tra il capo nero e la restante parte del corpo) generalmente di colore rosso con due sottili linee nere oblique verso il centro e delle emielitre colorate anch’esse di rosso con macchie nere piuttosto allargate di forma tendenzialmente triangolare. Le rossi zampe presentano ciascuna una macchia nera localizzata nella parte distale del femore, mentre l’intero addome si presenta di colore rosso-aranciato. Piccole variazioni cromatiche tra individui della stessa specie sono abbastanza frequenti anche in virtù della presenza di alcune sottospecie.

Le forme giovanili, neanidi, sono molto somiglianti agli adulti con la sola differenza che possiedono una colorazione del corpo molto più semplificata, con capo e torace nero e addome rosso.

Adulto di Arocatus melanocephalus (fonte: www.floraitaliae.actaplantarum.org)
Neanide di Arocatus melanocephalus (fonte: www.technogreen.it)

Se da un lato la loro presenza può provocare in alcune persone stati di turbamento, va altresì considerato che non ci troviamo di fronte ad un insetto capace di pungere l’uomo, né tanto meno di veicolare importanti agenti patogeni. Oltretutto, il controllo delle loro popolazioni infestanti non richiede complesse misure di intervento.

Prima di tutto occorrerà ispezionare accuratamente i punti potenziali di colonizzazione della cimice, sia internamente che esternamente alle abitazioni (infissi, tapparelle, ecc.) e dove eventualmente rinvenire individui adulti svernanti da asportare manualmente. Successivamente si renderà necessario impedire le vie di accesso a questo invadente e sgradito ospite mediante sigillatura delle fessure di porte e finestre o, in alcuni casi, prevedere eventuale installazione di reti o zanzariere.

Riguardo ai trattamenti chimici sarebbe buona norma intervenire direttamente sul luogo di origine del problema, e quindi sulle piante di olmo, avendo cura di individuare il periodo ideale di intervento in modo da arginare sul nascere l’inizio di un’infestazione. Nello specifico, una volta individuate le piante da trattare che sono generalmente quelle adiacenti alle abitazioni, si potrà procedere con interventi insetticidi sulle chiome verso la fine di aprile per colpire gli adulti nella fase riproduttiva oppure nella seconda metà di maggio sui frutti caduti a terra per colpire le forme giovanili, mediante l’impiego di piretroidi di sintesi (deltametrina, permetrina e cipermetrina) in formulazioni registrate per il verde ornamentale. Trattamenti generalizzati sulla vegetazione nel periodo estivo sono praticamente inutili proprio per l’assenza del parassita in loco. Utili invece possono rivelarsi le potature invernali agli alberi con lo scopo di ridurre i potenziali ripari per l’emittero con effetti positivi sul contenimento delle popolazioni.

Nel caso in cui si dovrà necessariamente intervenire chimicamente anche all’interno dei locali, si consiglia in genere di ricorrere ad applicazioni localizzate con piretroidi in formulazione acquosa o con prodotti a base di etofenprox, che come abbiamo già accennato nel precedente articolo, è un principio attivo piuttosto recente avente la stessa struttura base dei piretroidi, ma dotato di una bassissima tossicità acuta nei confronti dei mammiferi, uomo compreso.

Siamo così giunti all’epilogo di questo quinto articolo della rubrica dedicato alla descrizione di una specie o gruppo di specie che per loro sventura sono considerati oggetto di ribrezzo e nei casi più gravi di fobia, “entomofobia” per la precisione, capaci di suscitare nelle persone veri e propri attacchi di panico e disturbi d’ansia, come il caso di cronaca con il quale abbiamo dato il via a questa nostra breve trattazione.

Se è vero che ciò di cui abbiamo veramente paura è proprio quello che non conosciamo, ci si augura che le informazioni qui riportate siano in parte utili a ridurre l’eccessivo allarmismo tra le persone per la vista di un insetto, di per sé innocuo, e ad approcciare con un pizzico di serenità in più alla risoluzione del problema.

 

Rubrica di Roberto N.4: Quella vorace Galerucella!

Quando si dice che “l’abito non fa il monaco”; proverbio assolutamente appropriato per introdurre un altro insetto parassita delle alberature urbane che spesso mette in allarme i proprietari degli stabili. Si tratta di Galerucella (Xanthogaleruca) luteola, a tutti nota con il nome di Galerucella dell’Olmo.

È un coleottero crisomelide, di circa 7 mm di lunghezza, il cui adulto è di colore giallo ocra tendente al verdognolo, con capo giallo più piccolo del torace e con una macchia mediana sulla fronte, dalla quale si dipartono due antenne nere. Anche il protorace si presenta di colore giallo con una tacca mediana bruno-nerastra affiancata all’esterno da altre due bande nere. Sulla superficie delle gialle elitre sono presenti punteggiature in rilievo e lunghe bande nerastre (una centrale e altre due ai margini esterni) che si allungano fino all’addome. In genere la specie, almeno allo stadio di adulto, è così facilmente riconoscibile; tuttavia esiste un altro coleottero appartenente alla stessa famiglia che gli assomiglia tantissimo e con il quale spesso può essere confuso, si tratta della Diabrotica del mais (Diabrotica virgifera), la quale però presenta abitudini alimentari diverse.

Adulto di Galerucella luteola (fonte: commons.wikimedia.org) 
 
Adulto di Diabrotica virgifera (fonte: www.floraitaliae org)

Le “gentili” fattezze e il colore vivace della livrea della Galerucella dell’Olmo non farebbero assolutamente pensare alla sua reale natura di insetto particolarmente temibile per la sua spiccata voracità, pertanto bisogna diffidare dall’apparenza del suo ingannevole aspetto. Non è una specie rilevante dal punto di vista igienico-sanitario, ma non si può dire altrettanto dal punto di vista agro-forestale, per i danni che arreca alla vegetazione e, in alcuni casi, all’ambiente urbano circostante.

È un insetto fitofago le cui larve e gli adulti divorano le foglie a partire dalla pagina inferiore e risparmiando le nervature, facendole assumere così un aspetto scheletrizzato tale da provocare il loro completo disseccamento. Nei casi più gravi viene danneggiata l’intera chioma e ripetute infestazioni debilitano le piante rendendole maggiormente vulnerabili agli attacchi da parte di insetti xilofagi, principalmente scolitidi. Le larve mature sono contraddistinte dalla presenza di quattro fasce longitudinali gialle che spiccano su di un corpo di colore verde od olivastro di 9-10 mm di lunghezza e con numerose setole.

Larva di Galerucella luteola (fonte: www.meloidae.com)

Allo stato attuale è praticamente presente ovunque in Italia, dove vive esclusivamente a spese degli Olmi, principalmente delle specie Olmo campestre (Ulmus campestris), Olmo montano (Ulmus montano) e Olmo siberiano (Ulmus pumila). Abbastanza di frequente sciami di adulti invadono abitazioni ed edifici che si trovano nelle immediate vicinanze degli alberi danneggiati per trascorrervi l’inverno. E’ bene sottolineare che l’insetto non arreca alcun danno alle persone e agli animali domestici, se non quello di provocare l’insorgenza di comprensibili fenomeni di entomofobia.

La conoscenza della biologia di questo insetto infestante e il contesto urbano e/o rurale dove tale infestazione si manifesta, si rivela di fondamentale importanza in fase di individuazione e realizzazione del metodo di lotta più efficace per il suo controllo. Ed è proprio durante il periodo di svernamento della galerucella, che il disinfestatore si trova a fronteggiare eventuali segnalazioni della sua presenza all’interno di abitazioni.

Normalmente l’insetto adulto trascorre l’inverno, e i primissimi mesi della primavera, nelle anfrattuosità della corteccia del tronco, nel terreno e al di sotto delle foglie secche; generalmente agli inizi di maggio, gli stessi adulti raggiungono le foglie delle piante ospiti per nutrirsene. Dopo circa quindici giorni di intensa attività trofica hanno luogo gli accoppiamenti e quindi la deposizione delle uova, che vengono incollate verticalmente e in gruppi di 20-30 sulla pagina inferiore delle foglie. Le larve fuoriescono dopo una settimana e raggiungono la maturità in 15-20 giorni, al termine del quale traslocano nel terreno oppure nelle anfrattuosità delle corteccia, in prossimità della parte basale del tronco per trasformarsi in crisalide. Gli adulti compaiono dopo circa una settimana.

Visto la breve durata del suo ciclo biologico è facile prevedere la capacità di questo coleottero a compiere più generazioni in un anno che, in condizioni climatiche favorevoli, arrivano fino ad un massimo di tre.

Adesso che conosciamo un po’ meglio questo vorace insetto infestante, proveremo a fornire alcune informazioni sui principali metodi di lotta attualmente esistenti per il contenimento della loro popolazione che, normalmente, è tenuta sottocontrollo da numerosi antagonisti naturali con i quali si trova in un equilibrio instabile.

Il “bagaglio” di soluzioni a disposizione del disinfestatore che viene chiamato a fronteggiare questo tipo particolare di infestazione comprenderà l’impiego principalmente di insetticidi adulticidi e di prodotti larvicidi.

Prima però di ricorrere all’impiego di insetticidi, andrebbero prese alcune importanti precauzioni che da sole potrebbero in parte ridurre l’infestazione. Ad esempio è importante rimuovere periodicamente tutti i residui di vegetazione, principalmente arbusti di olmo, che rappresentano un luogo ideale allo sviluppo/svernamento dell’insetto, oppure controllare potenziali punti di ingresso del coleottero all’interno delle abitazioni o edifici, quali porte, finestre e fessure varie: questi andrebbero opportunamente sigillati e, nel caso specifico delle finestre, prevedere un’eventuale installazione di zanzariere.

Solo dopo aver applicato alcuni di questi aspetti tipici del pest proofing, si può ricorrere ai trattamenti chimici in presenza di individui adulti svernanti. Esternamente alle abitazioni si può intervenire con insetticidi piretroidi (deltametrina, permetrina, cipermetrina, ecc.), in formulazioni diverse a seconda del contesto in cui si va ad operare, avendo cura di irrorare tutti i potenziali punti di accesso. Per contrastare, invece, fenomeni invasivi all’interno delle abitazioni si ricorre in genere ad applicazioni localizzate con piretroidi in formulazione acquosa, con piretro naturale e con prodotti a base di etonfenprox, principio attivo relativamente recente nel panorama degli insetticidi per uso civile.

Nel caso di forte presenza in primavera di larve dell’insetto defogliatore, possono prevedersi trattamenti per irrorazione direttamente sulle piante di olmo con insetticidi attivi per contatto e ingestione registrati per l’impiego sul verde ornamentale, o con prodotti a base di Bacillus thuringiensis subsp. tenebrionis e di Bacillus thuringiensis subsp. kurstaki (ceppo EG 2424), o ancora con prodotti a base di chitino-inibitori (i cosiddetti regolatori di crescita) a spiccato effetto larvicida e ovocida. Anche se particolarmente costosi, non si escludono trattamenti mediante endoterapia.

Per l’applicazione di tali strategie, si renderà però necessario l’attivazione di un accurato sistema di monitoraggio con lo scopo di rilevare con una certa precisione l’inizio della fase larvale, utile all’individuazione dell’epoca più idonea per il trattamento e, nel caso, di una soglia di intervento.

Con la Galerucella dell’olmo abbiamo di nuovo “percorso” il sottile confine tra urbano e forestale, per ciò che attiene alla gestione delle infestazioni, a discapito questa volta di una imponente specie arborea, l’olmo, che per le sue apprezzate qualità estetiche ben si presta ad essere impiegata come pianta ornamentale nelle città, lungo i viali, nei parchi e nei giardini, pur rappresentando un facile bersaglio di numerosi altri insetti che dalla pianta, spesso, invadono le vicine abitazioni alla ricerca di un confortevole rifugio.

Rubrica di Roberto N.3: Ptinidi: insetti simili a ragni

Eccoci al nostro terzo appuntamento, questa volta per parlare di alcuni particolari insetti di aspetto molto simile ai ragni con i quali spesso vengono confusi (basta semplicemente contare le sei zampe per non sbagliarsi!): gli Ptinidi.

Anche se non molto diffusi, questi coleotteri presentano abitudini di vita per certi versi simili a quelle dei tarli (famiglia Anobiidae) e possono assumere importanza soprattutto nelle abitazioni private, vecchi alberghi, magazzini alimentari, mulini, musei. Sono fondamentalmente onnivori, nutrendosi di detriti alimentari di vario tipo (cereali, farine e semole, pasta, biscotti, cacao, camomilla, pepe, erbe essiccate per infusi, ecc.), ma non disdegnano carta, fieno, materiale in decomposizione di origine animale e vegetale. Spesso utilizzano i nidi e le tane di piccoli vertebrati, dove possono consumare i resti di piume e penne, cadaveri, escrementi di piccioni, roditori, pipistrelli. Questi infestanti tollerano molto bene le basse temperature e possono rimanere a digiuno per diverso tempo.

Morfologicamente presentano piccole dimensioni, un corpo fortemente convesso e arrotondato, elitre completamente glabre e zampe molto lunghe. Fra le oltre 20 specie che frequentano gli ambienti domestici e le industrie alimentari, ricordiamo innanzitutto Gibbium psylloides, lungo 2-5 mm e caratterizzato da una colorazione brillante rossa tendente al nero.

Gibbium psylloides (fonte: www.flickr.com)

Frequentano luoghi scarsamente illuminati e la femmina depone dalle 50 alle 100 uova incollandole sui substrati di cui si alimentano. Addirittura in Gran Bretagna colonizzano le antiche residenze storiche, ricche di legno, anche umido, dove creano danni a materiale cartaceo e tessuti preziosi (soprattutto lana). La durata del ciclo biologico, comune per gran parte delle specie, è fortemente influenzata dal tipo di substrato e dalla temperatura ambientale e dura in media dai 4 ai 6 mesi, anche se in condizioni ottimali (25 – 30 °C) l’intero ciclo biologico si svolge in circa 2 mesi. Spesso le forme giovanili di questo insetto si impupano all’interno di una celletta sferica scavata nei cartoni, sacchi o legno (es. travi).

Molto simile sia dal punto di vista biologico che morfologico è la specie Mezium affine che, a differenza della precedente, si riconosce per una sorta di stretto collare di peli dorati.

Mezium affine (fonte: www.pbase.com)

Il genere Ptinus ha un corpo più allungato e possiede ali funzionali, a differenza degli altri che sono atteri. Fra le specie più pericolosa per le derrate, Ptinus tectus è in grado di attaccare sostanze vegetali secche come cereali, farine, spezie. Nell’arco di 3-4 settimane una femmina depone parecchie decine di uova, che aderiscono facilmente al substrato, ricoprendosi poi di detriti: in 90-120 giorni viene raggiunto lo stadio adulto. Le larve possono danneggiare e perforare varie tipologie di imballaggi per i prodotti alimentari.

Ptinus tectus (fonte: www.flickr.com)

Niptus hololeucus è un altro piccolo ptinide inconfondibile, di color bruno dorato, e ricoperto da numerose lunghe setole filiformi giallastre. Non è raro trovarlo nei favi abbandonati di api e vespe, e generalmente la sua presenza non è significativa, anche se in alcuni casi può danneggiare le fibre naturali come lana, lino, seta. I tessuti sono più a rischio se macchiati in qualche modo di grasso. Attacca diversi tipi di alimenti vegetali come spezie e prodotti per tisane e/o infusi. Gli adulti di queste specie, in ambienti caratterizzati da temperature ottimali intorno ai 25°C, sono longevi e arrivano a vivere fino ad un anno e mezzo. Possiedono abitudini prevalentemente notturne, possono svernare in tutti gli stadi, e grazie alla loro gregarietà, si possono rinvenire numerosi nei substrati che colonizzano o all’interno di crepe e fessure.

Niptus hololeucus (fonte: denbourge.free.fr)

Seppur considerati come infestanti secondari, questi insetti vanno gestiti alla stessa stregua degli altri parassiti delle derrate alimentari. I danni provocati a seguito dell’attività trofica degli adulti e delle larve sono comunque da considerarsi significativi sia per il deterioramento delle sostanze infestate sia per il deprezzamento del loro valore commerciale anche solo per la presenza di uno solo degli individui per alimento e/o confezione. Pertanto la predisposizione di un corretto ed efficace piano di controllo e monitoraggio all’interno degli stabilimenti produttivi è una pratica essenziale. Gli ptinidi sono difficili da individuare in un ambiente, poiché evitano la luce, nascondendosi all’interno di profonde fessure e cavità: i seminterrati bui e i sottotetti non illuminati sono perciò ambienti ideali. Le trappole collanti vengono usate dal disinfestatore per circoscrivere e monitorare le popolazioni. Tuttavia anche semplici cartoncini ripiegati sono molto efficaci per catturare questi coleotteri, i quali li utilizzano come “rifugi artificiali”. Al momento non sono disponibili “feromoni” commerciali, ma alcuni attrattivi alimentari possono migliorare le catture.

Il controllo di questi insetti comincia con la pulizia e la rimozione di tutti i substrati alimentari che hanno determinato l’infestazione, comprese le vecchie esche rodenticide dimenticate in qualche angolo o soffitta. I trattamenti insetticidi residuali applicati su pavimenti, travi di legno e muri fino ad un’altezza di circa 1,5 m sono generalmente efficaci in quanto questi piccoli artropodi amano spostarsi e vagabondare su queste superfici.

La lotta diventa però particolarmente complessa in magazzini di stoccaggio alimentari e nelle vecchie abitazioni ricche di suppellettili e materiale ligneo. Infatti se l’infestazione è ampiamente distribuita nell’ambiente, i trattamenti puntiformi e mirati servono a ben poco. È necessario allora un approccio “estensivo” e generalizzato poiché non è facile sapere quale area o “volume vuoto” ospita questi coleotteri. In questi casi possono risultare utili anche regolari applicazioni di piretrine sinergizzate effettuate di notte, quando gli insetti sono attivi e più vulnerabili.

Non è esclusa per alcune derrate alimentari la fumigazione con prodotti regolarmente registrati a base di fosfina.

Rubrica di Roberto N.2: Le urticanti Processionarie

A quanti di voi sarà capitato di rimanere “meravigliati” nell’osservare, seduti su di una panchina di un parco cittadino, il singolare passaggio di una schiera di larve pelose camminare in fila indiana, una dietro l’altra, ed allontanarsi indisturbate? È sicuramente una scena da lasciare stupefatti, e nel contempo incuriositi, gli inconsapevoli osservatori ma quello che potrebbe sembrare un innocuo incontro, in realtà dovrebbe essere motivo di grande preoccupazione perché vuol dire che ci si è imbattuti in un insetto di particolare rilevanza sanitaria: la Processionaria, la cui presenza va assolutamente segnalata alle autorità competenti!

Si tratta di lepidotteri le cui larve, negli stati più avanzati, sono dotate di ciuffetti di peli urticanti che utilizzano come meccanismo di difesa quando si sentono minacciate, le quali a contatto con la pelle umana provocano la comparsa di fastidiosi eritemi papulosi accompagnati da rossore, bruciore, forte prurito che può durare anche diversi giorni. Quando invece i peli, o loro frammenti, vengono a contatto con le mucose degli occhi, del naso o della bocca possono causare congiuntiviti e addirittura gravi lesioni. Il loro ingresso nelle vie respiratorie invece può causare stati di asma. In caso di ingestione da parte di animali, come i cani, l’apparato boccale può addirittura andare in necrosi.

In Italia sono essenzialmente due le specie che destano particolare preoccupazione; una è la Processionaria del pino (Thaumetopoea pityocampa) che attacca tutte le specie di pino, con una certa preferenza per il pino nero (Pinus nigra) e il pino silvestre (Pinus sylvestris), e l’altra è la Processionaria delle querce (Thaumetopoea processionea).

Processionaria del pino (fonte www.vicenzareport.it)

Processionaria della quercia(fonte www.aenigmatica.it)

Proviamo ora a “zummare” il più possibile su di loro per rilevarne alcune interessanti caratteristiche!

Le larve (o bruchi) di questi insetti sono delle voracissime defogliatrici, capaci con la loro attività alimentare di scheletrizzare l’intera chioma e influenzare negativamente il regolare accrescimento degli alberi. Con i propri fili sericei, le Processionarie dei pini costruiscono nidi disposti sulle parti più soleggiate e alte della zona periferica della chioma; mentre le Processionarie della quercia li costruiscono attaccati al tronco e ai rami più grossi.

Le differenze morfologiche tra le due larve sono molto evidenti. Quelle di Thaumetopoea pityocampa sono di colore grigio ardesia nella regione dorsale, giallastra ai lati del ventre, portanti ciuffi di peli. Fanno la loro comparsa verso la metà di agosto e dopo l’alternarsi di cinque successivi stadi larvali, e dopo avere trascorso l’inverno in grossi nidi, raggiungono il terreno verso la fine di marzo e gli inizi di maggio, per interrarsi e chiudersi all’interno di un bozzolo, crisalide, in attesa di fuoriuscire poi da adulti nel corso dell’estate. Le larve di Thaumetopoea processionea, invece, si presentano di colore grigio-bluastro al dorso, chiara ai lati e ventralmente, provvisti di peli urticanti affiancati da tubercoli forniti di lunghe setole grigiastre. La loro comparsa ha luogo agli inizi della primavera e dopo la successione di sei stati larvali, verso gli inizi di luglio si incrisalidano all’interno del nido oppure alla base della pianta infestata per fuoriuscire da adulti dopo circa un mese.

A questo punto della trattazione sarebbe lecito domandarsi: “perché allora vengono chiamate processionarie?”

La risposta è semplice e in realtà è stata già fornita durante le prime battute di questo articolo. In pratica è proprio il loro singolare comportamento di compiere delle vere e proprie “processioni” durante gli spostamenti dei bruchi, che ne caratterizza il nome. Vi sembrerà strano, ma per ciascuna delle due specie la marcia assume una formazione differente; nello specifico, in quella della Processionaria della quercia vi è un bruco capofila, seguito da una seconda fila di bruchi disposti a coppia, che a loro volta sono seguiti da una formazione di tre bruchi e ancora più indietro una formazione ordinata per quattro e così via per tornare poi ad assottigliarsi man mano fino ad un solo individuo. Ben diversa è invece la marcia della Processionaria del pino, le cui larve si dispongono una dietro l’altra, in modo che il capo dell’una venga a contatto con l’addome di quella che la precede. Non sono da escludersi casi in cui dallo stesso nido partono una o più “processioni” che percorrono direzioni diverse.

A volte il disinfestatore è chiamato ad intervenire per fronteggiare proprio questo grave tipo di infestazione, per la quale è attualmente in vigore un decreto di lotta obbligatoria (D.M. 30.10.2007) che prevede l’adozione, nei confronti delle larve del lepidottero, di provvedimenti di tipo meccanico, chimico e microbiologico. I primi, da effettuarsi con le dovute precauzioni soprattutto nei confronti di processionaria del pino, si basano sull’asportazione e successiva bruciatura dei nidi invernali, quando questi contengono ancora le larve mature. Analogamente anche per la Processionaria della quercia si può procedere all’asportazione del nido ma questa è un’operazione più complessa con risultati discutibili. Riguardo al trattamento chimico, si possono impiegare prodotti a base di Diflubenzuron o di Spinosad, in occasione della nascita delle larve. Ultimo, ma non per ordine di importanza, è il provvedimento di tipo microbiologico basato sull’utilizzo di formulazioni a base di batteri della specie Bacillus thurigiensis var. kurstaki e aizawai, da impiegare nei confronti delle giovani larve. Tali trattamenti dovranno essere effettuati preferibilmente durante le ore serali per preservare l’effetto insetticida del preparato, notoriamente ostacolato dai raggi solari.

Thaumetopoea_pityocampa_nest Nido di Processionaria del pino (fonte Wikipedia)

Nido di Processionaria della quercia (fonte Wikipedia)

Aspetto molto importante è il monitoraggio a feromoni sessuali che permette di individuare il momento di sfarfallamento degli adulti.

In definitiva, quello della Processionaria, è un classico esempio di specie infestante che ha duplice rilevanza sia da un punto di vista sanitario, in quanto rappresenta un potenziale pericolo per la pubblica e privata incolumità, che fitosanitario per i danni a volte ingenti che provoca ai popolamenti forestali. Come tale andrebbe gestita in maniera mirata e con grande professionalità a seconda del contesto in cui tale infestazione insiste e adottando tutte le misure necessarie che si richiedono.

Rubrica di Roberto N.1: Tingide, un flagello per i platani

Roberto Vatore è laureato in Scienze e Tecnologie Agrarie e anche in Scienze Forestali e Ambientali.

Inoltre è iscritto all’Ordine dei Dottori Agronomi e Dottori Forestali.

La sua passione per la zoologia, la botanica e la natura, lo ha portato ad approfondire questi temi e a voler mettere in pratica quotidianamente le sue conoscenze anche in ambito civile.

Ecco perché è entrato a far parte della squadra Colkim come Responsabile Tecnico per la Campania.

Roberto è la persona più indicata per focalizzarsi su particolari insetti che invadono talvolta le abitazioni ma che infestano le piante ornamentali.

Questo il suo primo articolo:

Passeggiando lungo i viali di maestosi platani in una giornata di estate, spesso ci si imbatte in un piccolo e fastidioso insetto dalle strane fattezze che dalle chiome degli alberi giunge fin sulla nostra pelle dove avvertiamo un piccolo e quasi impercettibile pizzicorino. Si tratta del Tingide del Platano (Corythuca ciliata), insetto emittero della famiglia tingidae, facilmente riconoscibile per la presenza di un protorace dotato di due espansioni fogliacee reniformi bianche, che ricoprono il sottostante corpo nero lucente, e di un cappuccio sul capo che le conferiscono, nell’insieme, un aspetto del tutto curioso.

È una specie di origine americane che ha fatto il suo ingresso in Italia intorno alla metà degli anni ’60 e che vive sui platani, principalmente Platano occidentale (Platanus occidentalis) e Platano comune (Platanus ocerifolia), ma non disdegna altre specie di latifoglie quali Gelso da carta (Broussonetia papyrifera), Noce nero (Juglans nigra) e specie del genere Chamaedaphne sp., Fraxinus sp. (Frassino) e Tilia sp. (Tiglio).

Adulto di Corythucha ciliata (Fonte foto: bugguide.net)

Conosciamolo ora più da vicino!

Il Tingide compie fino a tre generazioni all’anno. Gli adulti trascorrono l’inverno al riparo della corteccia dei fusti e dei grossi rami degli alberi oppure delle fessure degli infissi e tapparelle delle abitazioni circostanti. Verso la fine di aprile e inizi di maggio, in occasione della ripresa vegetativa dei platani, gli adulti fuoriescono dai ripari invernali per dare inizio agli accoppiamenti. Dopo una decina di giorni, le femmine depongono circa un centinaio di uova all’interno dei tessuti della pagina inferiore delle foglie. Al termine di uno sviluppo embrionale che dura in media 30 giorni, e quindi intorno alla metà di maggio, nascono le prime neanidi che si sviluppano molto rapidamente attraverso un’intensa attività di suzione di contenuti cellulari dalle foglie. I nuovi adulti compaiono alla fine di giugno e tutto il ciclo così si ripete fino al compimento di altre due successive generazioni.

La presenza dell’emittero per i platani rappresenta un vero e proprio flagello. Le punture di nutrizione degli adulti e delle forme giovanili provocano la comparsa di punteggiature clorotiche in prossimità delle nervature delle foglie che poi si estendono con il tempo fino ad interessare l’intero lembo, causando ingiallimento totale della foglia e successivo disseccamento. Oltre al danno estetico, le foglie colpite perdono tutto o in parte la loro regolare attività fotosintetica, fin dall’inizio del periodo estivo.

In ambienti urbani (lungo i viali, nei parchi, ecc.), dove spesso i platani “regnano”, elevate infestazioni dell’insetto parassita creano non pochi disagi alle persone a causa della loro introduzione all’interno delle abitazioni, soprattutto nei mesi di settembre e ottobre quando sono alla ricerca dei siti idonei allo svernamento. A questi vanno altresì considerate possibili cadute di goccioline escrementizie dall’aspetto bituminoso, dalle pagine inferiori delle foglie di platano infette, che imbrattano le autovetture nei parcheggi.

Il contenimento delle infestazioni presenta non poche difficoltà sia per le elevate dimensioni degli esemplari arborei sia perché questi si trovano nell’ambiente urbano. Un eventuale intervento da effettuarsi sulla vegetazione, preferibilmente di individui ancora giovani o comunque dalla chioma accessibile, può essere realizzato in primavera contro le neanidi della prima generazione mediante l’utilizzo di prodotti insetticidi caratterizzati da ridotta tossicità, come quelli a base di deltametrina, piretrine naturali, etofenprox. In alcuni contesti, fortemente antropizzati, si sono ottenuti buoni risultati con la tecnica della lotta endoterapica che prevede iniezioni controllate al tronco delle piante di apposite formulazioni a base di imidacloprid o abamectina. Nell’applicazione di tale tecnica va però eventualmente considerato il rischio di creare, con i fori, potenziali vie preferenziali di ingresso per vari patogeni, soprattutto nel caso di ritardata e nulla cicatrizzazione, come ad esempio il cancro colorato del platano ad opera del fungo Ceratocystis fimbriata f.sp. platani.

Il controllo naturale del tingide è carente per la mancanza di fattori di limitazione efficaci. In ogni caso si annoverano principalmente due specie antagoniste: Orius laticollis e Beauveria bassiana. La prima è un insetto emittero antocoride (famiglia di piccoli insetti), la cui attività predatoria è alquanto limitata; mentre la seconda è un fungo endofita (che vive dentro un altro organismo) ed entomopatogeno (che vive a spese degli insetti) attivo soprattutto sulla popolazione svernante. Nello specifico, il fungo emette delle spore che, una volta a contatto con la cuticola dell’insetto e con adeguate condizioni termoigrometriche (che si riferiscono alle condizioni di temperatura e di umidità dell’aria), germinano e penetrano nel corpo dell’insetto target, a mezzo di sottili ife (filamenti uni- o pluricellulari del micelio di un fungo) destinate ad espandersi e moltiplicarsi al suo interno; qui il fungo parassita inizia la produzione di tossine che nel giro di 3-5 giorni porta la vittima alla morte.

Una specie molto simile alla Corythucha ciliata, nella morfologia e nella biologia, ma legata esclusivamente alle querce, è la Corythucha arcuata, meglio nota come Tingide della Quercia; ma rimanderemo la sua conoscenza ai prossimi articoli.