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Rubrica di Dario – N. 7: Ordinanza ministeriale (quasi) otto anni dopo: cosa condivido e cosa cambierei (Prima parte)

Sono trascorsi quasi otto anni da quando, nel febbraio 2008, un provvedimento del tutto inaspettato emanato dal Ministero della Salute ha di fatto rivoluzionato il settore del controllo dei roditori in Italia. Si tratta di un’ordinanza ministeriale, un provvedimento piuttosto in basso nella scala delle gerarchie delle fonti normative. Sebbene le ordinanze siano caratterizzate dall’urgenza di porre rimedio a un problema di stretta attualità, in questo caso essa è stata reiterata numerose volte, seppure con alcuni cambiamenti, ed è tuttora vigente. Paradossalmente, tale provvedimento non era focalizzato principalmente sugli interventi di controllo contro i roditori, ma tentava di arginare il triste fenomeno dell’avvelenamento doloso degli animali domestici e quelli selvatici, troppo spesso vittime di bocconi avvelenati, con una frequenza che in Italia è considerata –a ragione- allarmante. Nell’intervenire contro tale fenomeno criminale, l’ordinanza dettava anche disposizioni per le derattizzazioni, imponendo l’uso di erogatori di esca in ogni circostanza.

È innegabile che ciò abbia comportato un netto miglioramento nello standard delle operazioni di controllo. È bene ricordare, infatti, che fino ad allora si assisteva non di rado a distribuzioni di esche rodenticide non protette, nel migliore dei casi celate in qualche modo alla vista, ma troppo spesso disponibili anche per specie non bersaglio. Dal punto di vista commerciale, ciò costituiva un grosso problema soprattutto per le (molte) imprese di elevata professionalità, che non accettando di operare con tali modalità subivano inevitabilmente la concorrenza di imprese senza scrupoli.

Il risultato, quindi, almeno per quanto riguarda il modus operandi delle imprese del settore del controllo dei roditori (solo di questo aspetto parlerò in questa sede), è stato largamente positivo.

Tuttavia, se si esamina con cura il testo, si capisce che è stato scritto da chi non ha totale dimestichezza con le problematiche specifiche e con gli aspetti tecnici propri del settore, comportando inevitabilmente alcuni problemi.

Il primo punto critico è costituito dall’eccessiva rigidità: si tratta infatti di un provvedimento che non fa distinzione alcuna tra i contesti in cui si opera, dettando le stesse disposizioni dal campo di carciofi alla sala operatoria di un ospedale.

A questo riguardo, una maggiore prudenza e flessibilità non avrebbe guastato. Di fatto, si rende inattuabile il controllo, anche localizzato e temporalmente definito, delle arvicole in agricoltura, animali che possono presentare rilevanti impatti economici su frutteti e colture in pieno campo (patate, carciofi, etc), ma che per loro caratteristiche comportamentali mai entreranno in una postazione esca. Si rende complicato, se non in alcuni casi inattuabile, il controllo nei contesti più degradati, quali gli insediamenti umani in ambiti periferici particolarmente degradati (purtroppo frequenti nelle nostre periferie urbane), dove le persone si trovano spesso a vivere in stretta promiscuità con i ratti. In questi casi, difficilmente si otterranno risultati senza una distribuzione delle esche nelle tane dei ratti.

 Fissaggio esche 1